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Un disco al mese
Claudio Lolli Ho visto anche degli zingari felici
Riflessione critica di Giovanni Braida
Gli anni 70 sono stati l'età dell'oro della canzone d'autore italiana. Ma se per tanti cantautori di quella generazione la piena legittimazione, prima o dopo, è arrivata, magari anche al prezzo di qualche compromesso, per altri la strada è stata sempre in salita. E' il caso di Claudio Lolli, personaggio per niente facile e poco allineato, vittima delle troppe etichette che da sempre infestano la scena musicale italiana: prima "depresso", poi "comunista" e addirittura "fiancheggiatore delle Br" (quest'ultima l'ha confessata lui stesso). Non è comunque tardi per riscoprire l'opera di questo geniale artista bolognese. Uno che si può annoverare appieno tra quei poeti che "fanno paura" -
Quando, il 7 aprile del 1976, pubblica l'album Ho visto anche degli zingari felici, ha ventisei anni e vive nel mezzo di quegli anni di piombo, in cui è facile "ritrovarsi soltanto a dei funerali" (Piazza, bella piazza). Lolli riesce a interpretare lucidamente l'angoscia di un Paese dove "si muore di bombe, si muore di stragi", senza smarrire la voglia di volare, di assaporare la felicità infantile di quegli zingari che si rotolano per terra in Piazza Maggiore, di riappropriarsi di "quella dolcezza a cui tutti abbiamo diritto". Rispetto ad altri cantautori "politici" del periodo, incluso quel
È un sax struggente a dare l'abbrivio alla Introduzione dei quasi sette minuti di Ho visto anche degli zingari felici. Al testo da brividi si sposano melodie rapinose (sarà un caso che Lolli è un fan dei Beatles?) e arrangiamenti altrettanto suggestivi, in cui al delicato fingerpicking si alternano raffinati inserti di fiati e perfino un robusto assolo di chitarra elettrica. E poi c'è quella voce, impietosamente definita dal suo proprietario "da festival del sottosuolo... così piena di granchi, di ragni, di rane e di altre cose un po' strane". Una voce calda ed emozionata, invece, che ci mette a nudo con le sue verità: "È vero che dalle finestre/ non riusciamo a vedere la luce/ perché la notte vince sempre sul giorno/ e la notte sangue non ne produce... È vero che spesso la strada ci sembra un inferno/ e una voce in cui non riusciamo a stare insieme/ dove non riconosciamo mai i nostri fratelli". L'umanesimo di Lolli non è astratto lirismo. È un canto di speranza rivolto a tutti quegli "zingari felici", liberi e anticonformisti, che volevano cambiare il mondo: la meglio gioventù degli anni 70, ardente di passione rivoluzionaria e pronta a far sua l'esortazione delle ultime quattro strofe della ripresa finale (Conclusione), liberamente rielaborate da Cantata del fantoccio lusitano di Peter Weiss: "Siamo noi a far ricca la terra/ noi che sopportiamo la malattia del sonno e la malaria.../ Ma riprendiamola in mano, riprendiamola intera/ riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l'abbondanza". Un testo che denuncia il colonialismo portoghese in Angola e che l'artista mutua in inno universale alla liberazione e alla fratellanza. Speranza, dunque, ma anche indignazione. E' il 4 agosto del 1974, quando salta in aria il treno Italicus. Dodici morti e cinquanta feriti per una strage destinata ad approdare nel porto delle nebbie dei misteri italiani. Agosto è la rievocazione di quel "pugno di rabbia che ha il suono tremendo di un vecchio boato". Un testo lucido e durissimo ("Si muore di stragi/ più o meno di Stato"), frettolosamente archiviato, proprio come la morte dell'anarchico Pinelli a Milano ("niente è cambiato/ da quel quarto piano in questura/ da quella finestra"). E non meno drammatica, nonostante lo spunto fiabesco ispirato da una filastrocca popolare toscana, è Piazza, bella piazza: le bare di dieci vittime dell'Italicus in fila sul sagrato di San Petronio, davanti ai profili impettiti del sindaco di Bologna Renato Zangheri, del Presidente della Repubblica Giovanni Leone e del segretario della Dc Amintore Fanfani. Una Piazza Maggiore in cui monta l'indignazione: "Di Leone avrei fatto senza/ si sentiva qualcuno urlare/ solo fischi per quei maiali/ siamo stanchi di ritrovarci/ solamente a dei funerali", canta Lolli, "pugni in tasca" e parole di fuoco nella fondina, contro quelle "teste calve, politicanti/ un metro e mezzo senza le ali". I moti del '77 sono alle porte. Ma il primo conflitto da gestire, in quegli anni turbolenti, è tra le mura domestiche: "Primo maggio di festa oggi nel Vietnam/ e forse in tutto il mondo/ primo maggio di morte oggi a casa mia/ ma forse mi confondo". Saigon liberata ha il "sapore del sole" ma anche un retrogusto amaro d'incomprensioni familiari ("forse è mio padre, mi confondo") tra i ghirigori di sax di Primo maggio di festa. La mente corre agli "ingrati del benessere francese" di un altro Maggio, quello del lt De André di Storia di un impiegato di tre anni prima. Anche Lolli canta il disordine dei sogni, ma con un lessico che ci racconta di lepri pazze e mais sull'altopiano, di odori di brace e mosche agonizzanti, di sangue negli occhi e dentifricio che fa a pugni con il vino. E di figure leggendarie come Anna di Francia che "dà un bacio alla piazza e poi se ne va", incursione sentimentale di struggente dolcezza e nobiltà femminista, in cui però non manca un affondo sui conflitti culturali della sinistra del tempo ("L'alternativa nella cultura/ non è solo ideologia/ l'alternativa è organizzazione"). Anna di Francia è la pasionaria dei sogni di quella generazione, e forse di tutti noi: la sublimazione della libertà e inafferrabilità femminile. Ma non sono solo parole: la forza del disco sta anche in un turbine di intuizioni musicali senza soluzione di continuità, con i temi che tornano ad avvicendarsi ciclicamente, come nella tradizione dei concept. Così è ancora un sax languido a introdurre l'epitaffio di La morte della mosca, in cui Lolli sceglie una delle più minute e sgradevoli creature dell'universo come metafora delle ingiustizie sociali: "Le mosche procurano noia/ se volano a schiera unita/ da sole non danno fastidio/ si schiacciano dentro due dita", chiosando con un verso più forte di mille slogan: "Alle mosche rimane la merda/ il cielo appartiene ai potenti". La forza di Lolli è proprio questa: sparare dritto al cuore, svestire l'ideologia della sua coltre polverosa e renderla carne viva e palpitante, ricorrendo a immagini semplici eppure toccanti, come quell'Albana, vino bianco di Romagna, che "non si beveva dal '68", in grado di unire "la sinistra vecchia e quella nuova", rassicurando il vecchio compagno che "gira con un fazzoletto rosso e una foto di Togliatti" (Albana per Togliatti), parabola del confronto generazionale e delle eterne lacerazioni a sinistra. Ricordi, sogni, ansie, disperazione, idealismo, passione: tutto confluisce nei versi di questo anti-